Avevano detto che sarebbe stata una “rivoluzione” culturale. Che la tv spazzatura sarebbe stata spazzata via da centinaia di nuovi canali più moderni e interessati. Avevano detto che anche un bambino avrebbe potuto installare il decoder e che tutto questo non sarebbe costato nulla. Avevano detto che ci saremmo finalmente adeguati all’Europa, che gli affari della famiglia Berlusconi non c’entravano nulla, e che finalmente con il Digitale terrestre si sarebbe aperta una nuova era televisiva, all’insegna della qualità.

E invece, a distanza di quattro mesi dallo “switch-off” il caos regna sovrano. Da “Più canali per tutti” si è passati a “Più problemi per tutti”: non c’è casa o appartamento che, a Reggio e provincia, non sia alle prese con problemi di ricezione del segnale. Quanto ai contenuti “innovativi”, bhè meglio stendere un velo pietoso. Le televisioni sono state sì invase da centinaia di nuovi canali, ma si tratta soprattutto di emittenti a pagamento (è il caso di Mediaset Premium o della già invisibile Dahlia) e di tv specializzate in televendite e telepromozioni che con la “rivoluzione culturale” annunciata dal Governo hanno ben poco a che fare. A parte poche vere “novità” come Rai Movie, Rai 4, Rai 5, Iris, Cielo e Sportitalia, tutto il resto è un “deja-vù” della peggior televisione generalista con le repliche dei reality show e i “soliti noti” carozzoni della tv analogica.

SPORT PER MOLTI, MA NON PER TUTTI

“Vanno, vengono, a volte ritornano, e poi spariscono di nuovo”. Fabrizio De Andrè parlava delle “nuvole”, ma le sue parole sono perfette anche per i canali del Digitale terrestre. Prendiamo il caso di Sportitalia, l’emittente controllata dal finanziere tunisino Tarak Ben Ammar, amico e socio di Berlusconi fin dai tempi di Tele Milano. Sportitalia è il sogno di ogni “sportivo” da salotto: grandi esclusive (Nba ed Eurolega di basket e volley) offerte in chiaro, gratis, con tecnologie all’avanguardia e telecronisti di rango, tra cui Guido Bagatta, Dan Peterson e anche l’allenatore della Trenkwalder Fabrizio Frates. Una tv in stile Sky, ma senza i costi di Sky, nata sul segnale analogico dieci anni fa, transitata sul satellite nella piattaforma di Murdoch e risucchiata nel “buco nero” del digitale ad inizio febbraio. I reggiani si erano fatti la “bocca buona” perché nei primi mesi Sportitalia era tornata visibile su quasi tutti i televisori. Poi una notte di febbraio, puf, sparita nel nulla. Inutile chiamare il numero verde dell’emittente, risponde una voce registrata che invita gli utenti a portare pazienza. Domenica scorsa c’era la partita della Trenkwalder in diretta da Ferrara. Ma a Reggio nessuno l’ha visto. A parte i residenti della zona di Mancasale dove, si dice, il segnale arriva.

UN TG IN DIALETTO VENETO
Nella frazione alle porte di Reggio riescono persino a vedere Rai3 Emilia-Romagna. Cosa che, se si abita a Rivalta, risulta impossibile visto che ai piedi della Statale 63 entra il segnale del Veneto e quindi, televisivamente parlando, si rischia di confondere Errani con Galan. Questione di tempo.
A differenza che per Sportitalia, sul caso di Rai3 si è mossa la politica (l’assessore regionale Peri e il sindaco Graziano Delrio) che al grido di “Ridateci la nostra Rai3” sta muovendo mari e monti in nome del mitico valore del “servizio pubblico”.
La realtà è che quei pochi che ricevono Rai3 Emilia-Romagna hanno già smesso di seguirla visto che l’informazione di “Mamma Rai” si occupa al 95% di Bologna e provincia con qualche piccola escursione nei territori ravennati tanto cari al governatore Vasco Errani. Di Reggio si parla solo nella pagina di cronaca nera. Con buona pace del servizio pubblico.

IL “CONFLITTINO” D’INTERESSI
A proposito di Regione, c’è poi il mistero di “Lepida Tv”. Ogni cittadino si trova questo canale in almeno 3-4 diverse frequenze del Dt sui canali a tre cifre, tra il 100  il 300. Si tratta di una piattaforma gestita dalla Regione con i soldi degli enti pubblici, Comune di Reggio compreso. In teoria dovrebbe fungere da emittente al servizio di tutta la regione. In realtà c’è una redazione diretta da Gianluca Mazzini che trasmette solo immagini e notizie relative a Bologna e dintorni, con una vera e propria ossessione per il Porretta Soul Festival, trasmesso in tutte le salse a ore diurne e notturne. Il cda dell’emittente è presieduto dal professor Falciasecca (54.773 euro di compenso annuo), ma di fatto è la Regione l’editore di riferimento. Una domanda sorge spontanea: ma quei soldi la Regione Emilia Romagna non poteva destinarli alle emittenti locali già presenti nell’etere come fatto, per esempio, da altre regioni? E poi, ma il conflitto di interessi vale solo per Silvio Berlusconi?

Fonte: Reporter

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