Il miracolo digitale terrestre è in corso e sta cambiando la tv del Belpaese. Un traguardo agognato, propagandato e definito indispensabile per una televisione al passo con i tempi. Eppure, mentre le grandi emittenti nazionali si vestono a festa, promuovendo la moltiplicazione dei canali e l’allargamento dell’offerta, nel sottosuolo si combatte per sopravvivere. La televisione locale barcolla, arranca, cade, sotto il peso dei costi di conversione, della concorrenza e di un audience sempre più ristretta e frammentata; immolata dai potenti sull’altare della banda larga, rivendica un’autorevolezza calpestata definitivamente con lo switch off.

Libere, private, locali. Sono 600. Un numero ragionevole rispetto alle cifre del passato: nel 1982 si contavano 1.934 televisioni locali. Nel 1988 il Ministero delle Poste ne aveva censite 959. Un caso unico nel panorama europeo. Erano gli anni della ormai acquisita libertà di antenna, della fine del monopolio statale, dell’etere libero, della voglia di raccontare il territorio e chi lo abita mettendo in pratica gli insegnamenti di “mamma RAI”. Le chiamavano “libere” perché venivano alla luce per difendere la voce degli esclusi. Le hanno poi soprannominate “private” in contrapposizione a ciò che era pubblico, statale. Le hanno ridefinite “locali” per sottolinearne il radicamento territoriale, laddove le telecamere RAI non arrivavano mai.

Televendite, la loro salvezza. Nate per difendere il diritto all’accessibilità del mezzo, ben presto hanno dovuto fare i conti con le spietate logiche commerciali, con la sopravvivenza in un settore senza pietà. Si sono piegate ai grandi network, alle grandi concessionarie pubblicitarie, perdendo in molti casi territorio e identità. Una selezione naturale che ha regalato la salvezza a chi, più di altri, ha saputo scendere a compromessi prediligendo televendite e telecronache da circolo sportivo ai vecchi racconti di paese.

Arriva il digitale, calano gli ascolti. Poi l’avvento del digitale terrestre. Più frequenze, più canali, un maggiore pluralismo e la promessa che il passaggio sarebbe stato “sostenibile” per tutti. Ma in Italia, si sa, le promesse rimangono promesse. Gli equilibri di potere analogici sono stati riprodotti in digitale: il duopolio Rai-Mediaset resta invariato, anzi, ne esce consolidato, mentre il settore locale viene inghiottito dalla vastità dell’offerta complessiva. Nelle dieci regioni in cui lo switch off si è già consumato, il calo degli ascolti delle piccole emittenti è un dato di fatto.

Le frequenze? Ai cellulari. L’ultima stoccata in ordine di tempo è arrivata dalla legge di Stabilità 2011: il governo ha infatti previsto la sottrazione di 9 frequenze (delle 56 esistenti) all’emittenza locale, destinandole alla diffusione di servizi mobile tramite banda larga. Le frequenze in oggetto (canali 61-69 della banda 800), dovranno essere liberate entro il 31 dicembre 2012, in cambio di un indennizzo pari a 240 milioni di euro come risarcimento al danno subito, e saranno assegnate agli operatori broadband tramite asta pubblica. “Alla scadenza del predetto termine – si legge nel testo della legge – in caso di mancata liberazione delle frequenze, l’amministrazione competente procede senza ulteriore preavviso alla disattivazione coattiva degli impianti avvalendosi degli organi di polizia delle comunicazioni”.

Le associazioni contro il taglio delle frequenze. Una riduzione forzata degli spazi ritenuta inaccettabile dalle associazioni di rappresentanza Aeranti-Corallo e FRT (Federazione Radio Televisioni): all’emittenza locale spetta 1/3 delle risorse complessive del settore televisivo. La sottrazione di frequenze prevista dalla nuova normativa comporta una diminuzione del capitale a cui dovrebbe corrispondere una riduzione proporzionale delle risorse destinate all’emittenza nazionale. Questo bilanciamento in questo caso non è in alcun modo avvenuto. Le tv nazionali escono infatti indenni dal provvedimento. L’indennizzo previsto dal governo risulterebbe inoltre insufficiente a risarcire la perdita subita, la cui stima sarebbe tre volte superiore a quella della cifra stabilita. Un danno enorme che comprometterebbe anche l’occupazione di migliaia di lavoratori.

E non ne parla nessuno. Alla luce di tutto ciò, di fronte al declino irreversibile di queste realtà, la mobilitazione è minima. E lo è anche e soprattutto in rete. In quella stessa rete che denuncia quotidianamente le ingiustizie delle politiche di gestione e controllo del mezzo televisivo e gli abusi del duopolio. La stessa rete che ha imparato ad ospitare pensionati e casalinghe desiderosi di documentare la quotidianità dei loro territori, uploadando in rete ciò che la tv non racconta più: l’informazione locale si fa sul web molto più che in televisione. Nonostante la carenza delle infrastrutture, nonostante le difficoltà di chi è solo un videomaker per passione.

E allora si, c’è una battaglia all’ultima frequenza che si consuma nel sottosuolo televisivo. Una battaglia giusta e necessaria che rivendica la parità laddove ha sempre vinto la logica del sopruso. Una battaglia che però non può in alcun modo prescindere da una domanda: se gli italiani fossero chiamati a decidere, sceglierebbero più tv locali o più banda larga?

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