Si moltiplicano le proteste delle emittenti televisive locali contro l’immobilismo delle istituzioni sorde alle grida di forte preoccupazione e di denuncia che in questi ultimi anni sono state lanciate dalle associazioni di categoria. La FRT ha sempre sostenuto che i problemi delle tv locali non risiedono nel digitale terrestre in sè che, al contrario, avrebbe potuto fornire nuova linfa al settore, ma in come le istituzioni hanno gestito l’intero processo del passaggio alla televisione digitale. Il passaggio al digitale terrestre, infatti, non è solo un fatto tecnologico che si risolve attraverso la semplice sostituzione di un impianto analogico con uno digitale ma è un evento epocale che coinvolge utenti ed emittenti e destinato, per forza di cose, a stravolgere radicalmente gli equilibri di mercato con conseguenze significative su occupazione, concorrenza e pluralismo informativo.
Le istituzioni avevano il dovere di prevedere per tempo le criticità tecniche e l’impatto sul mercato che il passaggio al digitale terrestre avrebbe avuto,  al fine di garantire tutti i soggetti interessati, soprattutto quelli più deboli. Il tempo per prepararsi c’era, visto che del passaggio al digitale terrestre se ne discute concretamente da oltre dieci anni nel corso dei quali i contributi e gli stimoli delle associazioni di categoria non sono certo  mancati. Tra questi va ricordato, solo a mero titolo di     esempio, la segnalazione a Ministero ed Agcom nel 2005 da parte della  FRT  del problema  relativo alla sintonizzazione automatica dei canali (LCN) rispetto al quale venivano individuate e proposte alcune possibili soluzioni. Le regole sull’LCN sono arrivate invece solo nel 2010 con una buona parte dell’Italia già migrata al digitale tra cui Roma, prima capitale europea interamente digitalizzata ma anche prima e unica a conoscere il caos dei canali televisivi dispersi senza nessun criterio logico, tra le circa mille numerazioni del telecomando. Il risultato di tale ritardo è stato disastroso, soprattutto per le tv locali che sono scomparse dalle loro numerazioni  storiche (dall’8 in poi) per finire ricollocate, senza logica, in posizioni  inaccessibili del telecomando.
Gli ascolti sono crollati e con essi la raccolta pubblicitaria il cui calo, nelle aree digitalizzate e senza LCN, è stato di gran lunga superiore a quello causato dalla crisi economica che ha interessato tutti i mezzi di comunicazione. Purtroppo nelle regioni digitalizzate prima della regolamentazione dell’LCN gli effetti negativi   continueranno ad esserci anche nei prossimi anni in quanto  gli apparati riceventi (tv integrati e decoder) al momento dell’assegnazione dell’LCN erano già stati ri-sintonizzati da quasi un anno. Anche sul fronte delle frequenze a nulla sono valse le proteste delle emittenti e delle associazioni di categoria. Nel 2006, ben due anni prima dello switch-off della Sardegna, la Conferenza di Ginevra aveva stabilito di destinare la banda 800 MHz (canali 61-69) ai servizi di comunicazione  in banda larga anche qui il tempo per pianificare equamente la distribuzione delle risorse – o per trovare soluzioni di compromesso – tra i vari soggetti c’è stato ma le istituzioni hanno scelto di vivere alla giornata mettendo una pezza qua e là. E’ vero che alle tv locali sono state assegnate, come prevede la legge, un terzo del monte frequenze pianificabili. Ma è altrettanto vero che alle stesse sono andate tutte le frequenze non coordinate con gli stati esteri, nonchè tutte quelle della banda 800 MHz costringendole, obtorto collo, ad effettuare ingenti investimenti per la conversione degli impianti dall’analogico al digitale su frequenze che si sapeva destinate ad altro uso. Con la Legge di stabilità (L. 220/2010) del dicembre scorso il Governo ha infatti deciso di espropriare i canali 61-69, la cui assegnazione alle tv locali per i servizi di radiodiffusione in tecnica digitale risale a qualche mese fa, per “venderle” alle compagnie telefoniche per l’offerta dei servizi in banda larga.
Il corrispettivo dell’esproprio, come è risaputo, consiste in un indennizzo alle tv locali pari al 10% del ricavato della vendita delle frequenze con un massimo di 240 milioni di euro, importo ritenuto non è sufficiente per rientrare degli investimenti fatti dalle emittenti per la digitalizzazione degli impianti. Anche qui le associazioni hanno protestato, proposto soluzioni di compromesso e presentato decine di emendamenti (al decreto di stabilità, al decreto milleproroghe e al decreto omnibus) senza ottenere risposte concrete, solo promesse. Intanto sembra quasi certo che il ministero provvederà alla pubblicazione del bando di gara per la cessione alle compagnie telefoniche delle frequenze della banda 790-862 MHz (canali 61-69) entro il prossimo mese di agosto. La gara si vuole dunque fare con le frequenze occupate dalle emittenti televisive locali che dovranno liberarle, come prevede la legge, sotto la pressione delle compagnie telefoniche acquirenti. Alle emittenti locali verrà corrisposto quindi il 10% del ricavato della gara, ossia di un importo al momento sconosciuto che rischia seriamente di essere inferiore a quanto previsto dal Governo. Il percorso scelto non appare del tutto logico nè produttivo. Sarebbe certamente più attuabile e fluido se il ministero provvedesse prima alla ricerca di un accordo con le emittenti, sulla base di indennizzi concreti e definiti nell’importo, per poi successivamente procedere alla gara di assegnazione delle frequenze così liberate. Sembra però che tale procedura logica e di buon senso non si voglia proprio percorrere.

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